La riforma agraria degli anni cinquanta-sessanta fu il simbolo di un Paese che decideva di investire sui più deboli, di redistribuire ricchezza e dignità, riabilitando molte famiglie contadine con la trasformazione – specialmente al sud – di latifondi in poderi unifamiliari. Oggi, a distanza di circa settant’anni e con una UE a 27 Paesi, dopo varie riforme sempre più al ribasso in termini finanziari e meno ambiziose, quel modello sembra dimenticato. Nei primi trent’anni (1962-1992) la PAC si è basata su prezzi garantiti e fissati politicamente. C’era da raggiungere l’obiettivo dell’autosufficienza alimentare europea, che si realizzò in meno di quindici anni. Con la riforma Mac Sharry del 1992 fu segnata una svolta epocale, passando dal sostegno dei prezzi (che causava eccedenze) all’aiuto diretto al reddito degli agricoltori. Successivamente “Agenda 2000” portò alla creazione del “secondo pilastro” della PAC dedicato allo Sviluppo Rurale.
La riforma Fischler, nel 2005, introdusse il disaccoppiamento totale del sostegno della PAC, con la nascita dei titoli di aiuto.
La successiva e attuale riforma della PAC 2023-2027 ha introdotto un nuovo approccio strategico per consentire agli Stati membri di elaborare autonomamente piani basati sulle loro esigenze e in linea con gli obiettivi a livello dell’UE. Ciò significava che le misure a livello nazionale potevano essere maggiormente mirate alle specificità locali senza compromettere la complessiva natura “comune” della politica.
Arrivando ai giorni nostri, nel luglio 2025 la Commissione Europea presenta la proposta per il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione Europea e per la PAC 2028-2034 che introducendo una struttura di bilancio innovativa per rispondere in modo più rapido ed efficace alle sfide di un contesto globale in continua evoluzione, ci mette tutti davanti allo specchio per riflettere su quale ruolo vogliamo dare all’agricoltura.
È un settore strategico o un capitolo di spesa da comprimere con operazioni di ingegneria finanziaria? Una garanzia di sicurezza alimentare o un residuo del passato da gestire con il minimo indispensabile? Con la proposta in discussione le risposte non sono certo rassicuranti.
La Commissione Europea ha presentato un impianto che, nelle intenzioni, dovrebbe essere più flessibile, più moderno, più integrato con le politiche di coesione. I nuovi Piani di partenariato nazionale e regionale promettono semplificazione e maggiore aderenza alle esigenze dei territori. Ma dietro la retorica dell’efficienza si intravede un cambio di paradigma che rischia di indebolire proprio ciò che la PAC ha garantito per sessant’anni: stabilità, prevedibilità, tutela del reddito agricolo.
La proposta di riforma della PAC per il periodo 2028-2034, presentata il 16 luglio 2025, introduce cambiamenti significativi nel funzionamento dei nuovi interventi, in particolare di quelli destinati a sostenere il reddito degli agricoltori.
Con la nuova programmazione, infatti, i tradizionali “pagamenti diretti” non esisteranno più: la fusione dei fondi FEAGA e FEASR darà vita a un’unica architettura della PAC, basata su un solo pilastro e caratterizzata da “interventi della PAC”.
Per le aziende agricole italiane si prospetta un cambiamento profondo in cui la ridistribuzione delle risorse, i nuovi meccanismi di degressività e capping, il perfezionamento delle misure ambientali e l’attenzione alla figura dell’agricoltore attivo ridisegneranno in maniera sostanziale il livello e la modalità di accesso agli aiuti. Ma il primo segnale d’allarme è arrivato dai numeri: un budget con un taglio del 22,4% per l’Italia rispetto alla programmazione precedente. È vero, si tratta di un “minimo garantito”, e la flessibilità del nuovo quadro finanziario rende i confronti più complessi. Ma la percezione, per chi vive di agricoltura, è chiara: meno risorse, più incertezza. Il secondo allarme, evidenziato anche dalla Corte dei Conti europea a conferma di ciò che il mondo agricolo temeva: per la prima volta dal 1962, la PAC verrebbe proposta senza un fondo specifico per l’agricoltura. Non è un dettaglio tecnico, è un cambio di filosofia. Significa che l’agricoltura smette di essere un pilastro autonomo e diventa una voce tra le tante, da negoziare probabilmente anno per anno, governo per governo. La Corte, inoltre, parla apertamente di incertezza finanziaria, rischio di disparità tra agricoltori, scarsa trasparenza, indebolimento degli obiettivi storici della PAC. È un giudizio severo, che non può essere liquidato come un eccesso di prudenza contabile.
Le nostre proteste di agricoltori europei – culminate nella manifestazione unitaria del 18 dicembre 2025 a Bruxelles e poi a Strasburgo – non sono state, quindi, un capriccio corporativo. Sono state il sintomo di un disagio profondo, di una categoria che si sente sempre più schiacciata tra costi crescenti, concorrenza globale e una burocrazia che cambia forma ma non sostanza. Le correzioni in corsa non bastano, la Commissione ha provato a correre ai ripari, anche per addolcire la posizione di alcuni Paesi come Italia su accordo Mercosur, con il possibile utilizzo di ulteriori fondi, al momento virtuali, portando la dotazione, ma solo se lo Stato membro lo vorrà, a circa 388 miliardi, l’Italia passerebbe dai 31 ai circa 40. È bene precisare però che non si tratta di nuovi fondi né di contributi aggiuntivi nazionali, sono risorse già previste, in parte solo anticipate nel tempo e in parte vincolate al rural target. Per Bruxelles, significa rafforzare la Pac senza riaprire formalmente il negoziato sulle cifre complessive che restano invariate. Per lo Stato membro invece si tratta di decidere delle priorità a vantaggio del settore agricolo ma a svantaggio di altri settori.
In vista di prossime discussioni che continueranno fino al 2027, il punto vero è far capire ai decisori europei, che l’agricoltura non è un settore come gli altri ma è: sicurezza alimentare, presidio e identità del territorio, gestione dell’acqua, biodiversità, coesione sociale e soprattutto è ciò che tiene insieme le aree interne, le montagne, le pianure, le comunità non solo rurali che non vivono di algoritmi ma di stagioni, di piogge, di rese, di prezzi che oscillano più del clima. Una PAC che perde la sua struttura, i suoi pilastri, la sua riconoscibilità, rischia di diventare una politica senza bussola. E un’Europa senza una politica agricola forte è un’Europa più fragile, più dipendente, più esposta.
A cura di Claudio Di Rollo – Presidente Regionale ANP Lazio