Liste d’attesa, il Lazio “arranca”: troppi codici “non urgenti” che allungano il calvario dei pazienti

La musica non cambia, o cambia poco, tra i corridoi delle strutture sanitarie laziali. A scattare la fotografia di una sanità che annaspa è l’ultimo report dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che mette in fila i dati della Piattaforma nazionale per le liste d’attesa, osserva Claudio Di Rollo Presidente Anp-Cia Lazio.

La musica non cambia, o cambia poco, tra i corridoi delle strutture sanitarie laziali. A scattare la fotografia di una sanità che annaspa è l’ultimo report dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che mette in fila i dati della Piattaforma nazionale per le liste d’attesa, osserva Claudio Di Rollo Presidente Anp-Cia Lazio.

Il quadro che emerge è impietoso per gran parte del Centro-Sud, con sei regioni – tra cui il Lazio – che si ritrovano in cima alla lista delle criticità per quanto riguarda l’appropriatezza dei codici di priorità. Insieme al Lazio, nell’occhio del ciclone ci sono Basilicata, Campania, Calabria, Molise e Puglia. Il problema principale risiede nel modo in cui vengono assegnate le priorità in fase di prescrizione. Troppe prime visite ed esami diagnostici finiscono nel calderone del codice “P” quello riservato alle prestazioni “non urgenti” da erogare entro 120 giorni – creando un imbuto burocratico che rischia di far attendere i cittadini molto più del dovuto. 

Come mai in Toscana e Piemonte la percentuale di queste prescrizioni si attesta su livelli contenuti (rispettivamente al 7,8% e all’8,2%), mentre nel Lazio siamo al 51,4%(quintultima), non sarà che declassando l’urgenza di una visita, il sistema guadagna mesi di margine formale, abbattendo la pressione sulle richieste da evadere in pochi giorni e ripulendo le performance del Cup?                                                                         

Ma il dato preoccupante è l’indicatore che calcola quante delle ricette effettivamente staccate dai medici di base si trasformino poi in una reale prenotazione da parte del cittadino. In questo campo, il Lazio incassa un record negativo nazionale. Visite specialistiche: solo il 36% delle ricette si traduce in un appuntamento al Cup. Esami diagnostici: la percentuale si ferma al 37%, il gradino più basso dell’intera penisola. Un record di ricette fantasma, quasi due prescrizioni su tre perse nel nulla che non arrivano al Cup svelando un ricorso di massa verso il privato.

La ricetta pubblica scade o rimane inutilizzata nel cassetto, la domanda potenziale viene drogata al ribasso e il sistema registra un perfetto e artificiale equilibrio dei tempi d’attesa. Una sorta di tregua contabile, conclude Anp-Cia Lazio, che ignora i reali bisogni di cura e salute della popolazione e in particolare degli anziani.

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